La legge del caso e lo yoga. Piccola biografia di una vecchia praticante

fiume po

Quando ho iniziato a praticare non sapevo nulla di nulla. Di yoga, intendo, ma poco anche del resto, temo, benché fossi considerata una persona “colta” solo perché vendevo libri, ma questa è un’altra storia.

Francamente i miei inizi non sono stati poi così gloriosi, non cercavo spasmodicamente un Maestro, né m’interessavo di dottrine orientali, fatto sta che un giorno, per puro caso, mi sono ritrovata a testa in giù, dopo avere attraversato i vari stadi di apprendimento che sono richiesti per eseguire le posizioni di yoga. E qui è opportuna qualche riflessione proprio riguardo al caso: credo di avere imparato che esiste, ma noi possiamo farlo diventare un’occasione di cambiamento, una svolta, un’apertura al nuovo che è necessario vivificare, dapprima con la curiosità, poi con la volontà. La curiosità in me si è poi trasformata in passione e la volontà in costanza ed esercizio. Il caso, dunque. Un banale mal di schiena, una pubblicità del centro yoga vicino a casa (ancora il caso!) nella cassetta delle lettere, l’incontro con il Maestro, ed eccomi a trasformare una flessione in un inchino, un’apertura di braccia in una preghiera, un respiro in un tuffo all’interno… Per arrivare a questo, tuttavia, la strada è stata lunga, il percorso accidentato, le “cadute” frequenti, ma c’era sempre chi mi aiutava a risollevarmi, con mano ferma e dolcezza, che mi spronava e scalzava i miei alibi che erano davvero tanti…

Ricordo che una volta ci è stato detto: “Lo yoga è ostinazione, ostinazione, ostinazione” e, anche se trovavo difficile essere ostinata senza essere rigida, ovvero praticare con costanza senza diventare maniaca, mi sentivo forte di una novella consapevolezza, così, ogni mattina, mi sono messa a fare yoga in casa mia che si trova, guarda caso (ancora!), proprio dietro l’argine “Maestro” del fiume Po. Il più delle volte lo facevo in compagnia di chi come me era animato della stessa passione, ma anche da sola, cercando di non dimenticare la concentrazione che è poi, credo, il secondo requisito, insieme all’ostinazione, che occorre per arrivare ad eseguire una postura come si deve. Ricordo in particolare un’estate qui, nella Bassa: trentacinque gradi di media, ottanta per cento di umidità, insetti e zanzare come se piovesse, insomma: India senza Elephanta, Benares, o Kajurao, ma, concentrandosi bene, facendo appello alle più sottili facoltà, o, più semplicemente con tanta fantasia, ci si poteva sentire sul Gange, benché fosse soltanto Po, dopotutto l’importante era praticare e, in quelle condizioni, anche senza fare finta di essere in India, il muscolo era sciolto e la volontà incrollabile! 

Non è così che sono nati i veri Yogi? Mi sono dunque piegata e contorta niente male per una della mia età, il che ha aumentato notevolmente la mia autostima, forse un po’ troppo, tanto che quando ho dovuto imparare sirshasana, la posizione sul capo, ho avuto un vero crollo. Vi sono delle posizioni nello yoga che costituiscono una sorta di banco di prova, non tanto delle nostre capacità fisiche, quanto della nostra volontà e determinazione, o meglio ancora, del nostro desiderio di andare oltre i limiti e di superare le paure. Tale posizione è stata per me sirshasana.

All’inizio fu una vera tortura, non tanto fisica, quanto psicologica. Evidentemente non me la sentivo di “rovesciare” il mio punto di vista, di capovolgere così radicalmente la prospettiva nella quale mi trovavo, di rinunciare a quella parte di me che credeva di avere penetrato i segreti dello yoga e di avere imparato a stare dritta, o a flettersi e contorcersi malgrado l’età e gli acciacchi. Era tutto Ego, mi fu spiegato, e io giù a sentirmi incompresa. Rimanere in equilibrio sulla testa dopo tutto il tempo che ci avevo messo a stare “con i piedi per terra” mi sembrava una rinuncia troppo grande e soprattutto… avevo paura! Ma questo al momento non lo volevo ammettere, anzi, non lo vedevo proprio. Mettermi “ a testa in giù” era simbolico di un rifiuto a capovolgere l’immagine che mi ero fatta di me stessa per vedermi debole, incapace e piena di paure che non sapevo di avere.

Così, non ci provavo nemmeno, quando si trattava di fare sirshasana rimanevo ostinatamente a occhi bassi, chiudevo tutti i boccaporti della mia “navicella” che per qualche minuto rimaneva in preda a una tempesta di emozioni fatte di frustrazione, di rifiuto, di alibi. Per mettere la coscienza a posto, mi sforzavo persino di sentirmi vecchia! Ma, a quel punto, avevo esaurito la scorta delle scuse e ho cominciato a provarci, dapprima guardando bene in faccia tutto questo, poi ricordandomi che ormai avevo deciso di cambiare e allora perché non “ribaltare” il corpo, in fondo è quello più facile da mettere sottosopra, quanto al resto: abitudini, attaccamenti, paure... ci avrei pensato in seguito. Va da sé che speravo sotto sotto che, una volta "per aria" con le gambe avrei imparato a "buttare per aria" anche il resto!

Non so se questo è avvenuto, ma per certo, nell'attraversare questa esperienza, ho compreso che l’accettazione dei propri limiti, l’abbandono dell’ego, l’osservazione e il superamento della paura, sono essenziali nella pratica yoga, così come nella vita.

Infine, un'altra cosa oggi mi è Chiara: che senza un buon insegnamento tutto questo è molto difficile da conseguire e io mi sono imbattuta in un “caso” davvero fortunato!​